Quando Emilio Salgari dà alle stampe Capitano Tempesta (1905) e il suo seguito Il leone di Damasco, spalanca le porte di un Mediterraneo infuocato, dominato dallo scontro epico tra la Repubblica di Venezia e l'Impero Ottomano. Al centro della narrazione c'è la tragica e gloriosa difesa di Famagosta e dell'isola di Cipro, eventi saldamente ancorati nell'immaginario collettivo alla data cruciale del 1571. Eppure, muovendosi con la maestria del grande affabulatore d'appendice, il "Capitano" della letteratura d'avventura italiana finisce inevitabilmente per inciampare nei meccanismi della cronologia storica, pressato da ritmi di scrittura vertiginosi e da una documentazione affidata ad atlanti e repertori d'epoca.
La peculiarità di questo dittico risiede proprio in un cortocircuito temporale e geografico che non sfugge all'occhio del lettore più attento. Salgari, nel costruire la tensione narrativa e nel voler evocare la vastità e la crudeltà delle guerre marittime tra la Serenissima e la Sublime Porta, introduce infatti riferimenti alla guerra di Creta (la lunghissima e sfinente Guerra di Candia). Il problema storico è lampante: mentre l'assedio di Cipro e la caduta di Famagosta si consumano nel 1571, il grande conflitto per il possesso di Creta si svolgerà quasi un secolo dopo, precisamente tra il 1645 e il 1669.
Nell'economia del feuilleton, l'utilizzo di Creta rispondeva a una precisa comodità narrativa: la "guerra di Candia" evocava immediatamente nella mente dei lettori l'immaginario di roccaforti assediate per anni, di eroismi disperati e di flotte soverchianti, offrendo a Salgari una cassa di risonanza ideale per le peripezie dei suoi eroi. Tuttavia, la macchina del romanzo ha bisogno di un approdo definitivo, e qui il romanziere corregge idealmente il tiro riportando la bussola della Storia sui giusti binari. A fare da perno e risoluzione al grande affresco è infatti la Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), la grande vittoria della Lega Santa che sbaraglia la flotta ottomana e restituisce epicità e riscatto al finale del ciclo.
Queste sovrapposizioni dimostrano come per Salgari la Storia non fosse mai una gabbia accademica o un rigido trattato di cronologia, bensì un grandioso fondale teatrale. Le date sfumano, i secoli si accavallano e i confini tra le campagne di Cipro e quelle di Creta si confondono nell'alambicco della finzione letteraria, dove l'unico vero imperativo è tenere il lettore incollato alla pagina tra duelli all'arma bianca, travestimenti audaci e il soffio epico dell'avventura mediterranea.










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