giovedì 10 aprile 2014
SANDOKAN- Nuovo racconto.
sono intanto compiaciuto che finalmente gli americani abbiano scoperto Sandokan e il suo mondo, specie dopo la pubblicazione nella loro lingua di alcuni romanzi della serie. Alcuni hanno speculato sul fatto che Sandokan potrebbe esser stato lo stesso personaggio del Principe Dakkar, ilcapitano Nemo, visto che entrambi sono due principi orientali detronizzati dai malvagi inglesi...
Ma lasciando da parte questa bizzarra teoria, non posso non compiacermi che sia apparso almeno un racconto in cui il nostro Sandokan anche se non appare fisicamente, viene almeno nominato. Sulla scia degli incontri improbabili a tutti i costi, ecco allora che in "Prowl unceasing" di Chris Roberson, si racconta un'avventura di Van Helsing, ( l'antagonista di Dracula) e il Principe Dakkar, (cioè proprio il Capitano Nemo) alla corte di James Brooke il rajah di Sarawak, il nemico storico del nostro eroe! E' in quell'occasione che viene citato Sandokan!
Basta questo a inserire il racconto a margine nella cronologia? lascio la risposta a voi. Ma le scoperte di questo tipo, investigando sul mercato di lingua inglese, non mancano di certo. Ne ho diverse altre in carniere....un poco alla volta appariranno.
Fabrizio Frosali
domenica 24 novembre 2013
PREMIO IORACCONTO 2013- Terzo Premio sezione fantasy - IL SARCOFAGO DEI GARAMANTI
Ecco qua il testo del mio racconto vincitore del premio a "Ioracconto 2013". Poichè era la prima volta che partecipavo ad un premio Letterario posso ritenermi soddisfatto!

-------Come
le volte precedenti, Krane si avvicinò guardingo alla piramide; era
già scampato ad una morte terribile nei sotterranei della
costruzione e non voleva correr rischi, ma in lui la curiosità di
scoprire cosa aveva fatto impazzire il marabutto era grande,
superiore di molto ad ogni invito alla prudenza suggeritogli dalle
esperienze passate. La costruzione era esattamente come la ricordava
dalle precedenti visite, piccola tozza, senza la cima che forse non
c'era mai stata, semisepolta dalla vegetazione nella piccola oasi di
Al Khafras, nel mezzo del terribile deserto tunisino del Chott el
Jerid. Si diresse dunque ancora una volta a quella che considerava la
parte posteriore della piramide. Non che la costruzione n’avesse
una, ma lui si era abituato a considerare come anteriore quella
rivolta verso il piccolo laghetto dell'oasi, dove alla base c’erano
quelle strane nicchie alte due o tre metri e larghe un paio. Lì
aveva trovato incisi nella pietra strani disegni, opera senza dubbio
dei garamanti, un misterioso popolo che abitava il Sahara tra il 500
a.c. e il 500 d.c. e proprio studiando una di quelle incisioni, era
caduto in una trappola da cui era riuscito a malapena a sfuggire.
Controllò quindi ancora una volta il funzionamento della Colt che
gli pendeva al fianco, si accertò che il tamburo girasse bene, poi
si avvicinò alla parete inclinata della piramide. Questa, al
contrario delle altre, non aveva incisioni né nicchie, era
perfettamente liscia, ma l'inglese sapeva che se c'era un altro
passaggio segreto, doveva trovarsi lì, perché aveva già esplorato
minuziosamente le altre pareti. Le stanze trovate in precedenza erano
situate alla base della piramide ed era logico aspettarsene una anche
lì, ma se non fosse stato così su questo lato? Per la prima volta
si mise ad osservare con attenzione la parte alta della piramide a
partire dai due metri d’altezza fino alla sommità spuntata. Come
già detto la costruzione era piccola e gli ci volle poco a notare
qualcosa che forse era fuori posto: un'escrescenza, un bozzo, come
una pietra mal formata corrosa dalle intemperie che delineava una
sporgenza, ad un'altezza di sei o sette metri. Questo però era in
contrasto con la cura con cui i garamanti costruivano i loro
manufatti. Non c'era modo di arrivare a quel punto se non con una
scala. Krane allora si girò verso il boschetto che circondava la
piramide e individuata una piccola palma, con diversi colpi di
yatagan la tagliò alla base e usando la sua forza non indifferente,
la portò alla parete della piramide e ce la appoggiò. Per non
essere impedito nella salita si liberò quindi del barracano arabo
che indossava e rimase con gli abiti che vestiva abitualmente,
pantaloni alla cavallerizza, con banda laterale ed una camicia bianca
di flanella che portava ricamata sul petto l'effige di un leopardo e
che ricordava il nome con cui era conosciuto in quella parte del
mondo, le Léopard. Si arrampicò con attenzione per non sbilanciare
la palma e, appoggiandosi anche alle pareti della costruzione, arrivò
in breve al punto che aveva notato. Sulle prime fu deluso, in quanto
la sporgenza faceva parte integrante della grossa pietra che era
parte del muro, non era quindi una possibile leva che azionata
potesse provocare l'apertura di qualche vano. Guardando meglio però,
sopra la sporgenza, notò un’incisione semicancellata dalla sabbia
e dalle intemperie, lasciata senza dubbio dai garamanti. L’effige
raffigurava un piccolo occhio, simile a quello più grande che aveva
trovato dalla parte opposta della piramide, quando era caduto nella
trappola. Questo però aveva una pupilla in senso verticale, molto
scavata nella pietra. Krane fu colto da un'ispirazione. Soffiò con
forza sul punto per togliere molta della sabbia che vi si era
accumulata, poi trasse dalla cintola un lungo pugnale e provò ad
infilarlo nella pupilla. Dapprima l'arma penetrò solo per pochi
centimetri, l'uomo, però, incoraggiato dal parziale successo,
continuò a premere con forza sull’impugnatura del coltello e poco
dopo udì uno scatto e vide spostarsi, come per magia una grossa
pietra adiacente a quella su cui faceva pressione. Lasciando il
coltello senza più premerlo, si avvide però che la pietra tornava
nella posizione originaria e così la lama riusciva pian piano dalla
fenditura. Capì che il meccanismo dall'altra parte si fondava su un
principio di leve semplice ma efficace che sfruttava con dei
contrappesi la forza di gravità e costringeva i due oggetti a
tornare nella posizione originaria. Esercitò dunque ancora più
pressione e riuscì ad incastrare il pugnale nella fenditura della
pupilla nel punto dove la lama s’ispessiva vicino al manico. Di lì
a poco, senza pensarci due volte, s’infilò nella stretta
fenditura. Il varco era piccolo e gli consentiva a malapena di
procedere nello stretto tunnel, strisciando, ma dopo poco si aprì in
una piccola stanza. Krane poté alzarsi e dare un'occhiata
all'ambiente. La luce del sole che penetrava da quel condotto
rettilineo, era poca ma sufficiente a vederci anche se la luce
soffusa dava un senso d’irrealtà. L'uomo si avvide subito che la
stanza era completamente vuota, fatta eccezione per un manufatto
all'angolo; si avvicinò all'oggetto che aveva intravisto e capì
subito cos'era, una cassa o meglio un sarcofago scoperchiato che
probabilmente giaceva lì sin da quando era stata costruita la
piramide, poiché di dimensioni enormemente maggiori a quelle del
tunnel che aveva percorso. L'egittologia aveva compiuto solo i primi
passi in quell'anno 1860, ma Krane conosceva gli studi compiuti dalla
spedizione Napoleonica nel 1798 e quelli successivi degli italiani
Belzoni e Rosellini, fu quindi con un misto di curiosità e di
religiosa titubanza che si approssimò al manufatto. Gli venne in
mente l'etimologia della parola sarcofago, quello che si nutre di
carne, e non c'erano parole più adatte, anche se macabre, per
definire quella cosa. L'oggetto cui l'inglese si avvicinò, però,
non si poteva dire se avesse ospitato dentro di se un cadavere. Di
basalto scuro, senza coperchio, era in sostanza una cassa, che poteva
contenere un uomo di dimensioni più piccole di Krane che era molto
alto. L'inglese vide immediatamente che l'oggetto era vuoto, dentro
c'era solo un leggero strato di sabbia finissima. Ma da dove veniva
se la stanza era chiusa ermeticamente? Poi scoperse qualcosa: un
ninnolo di nessun valore fatto con piccole conchiglie. Ricordava di
averne visti di simili appesi ad una collana al collo del marabutto
ed ebbe così la conferma che l'uomo era stato lì e forse aveva
anche dormito dentro il sarcofago. Raccolse poi un po' di quella
strana sabbia dorata, per osservarla meglio. Era finissima, talmente
fine che gli scivolò in parte dalle mani e ricadendo nel sarcofago
creò una specie di bagliore dorato. Non sappiamo se fu la sabbia ad
aver agito in qualche modo sul subcosciente dell'inglese, forse fu
quella, forse qualcosa che aveva inspirato, oppure semplicemente una
suggestione provocata dall'arcano ambiente, fatto sta che strane
visioni si formarono nel cervello di Krane. In pochi attimi, ma che a
lui sembrarono lunghi come ore, vide la nascita dell'Universo, con
strani bolidi che emergevano da qualcosa che non seppe individuare e
che non erano tutti sferici, e poi subito dopo, scene di battaglie,
battaglie a non finire. Riconobbe gli eserciti d’Alessandro alla
conquista dell'India, legioni romane attaccate sotto il vallo
d’Adriano, templari sgozzati dopo la battaglia di Hattin, il crollo
della torre Maledetta. Vide questo e molto altro. Come sapeva e
poteva riconoscere le cose che la sua mente vedeva? Lo ignorava, ma
qualcuno o qualcosa gliele suggeriva, come se lui fosse stato
presente ad ogni avvenimento. Ed ancora fu presente al rogo dei
perfetti a Montsegur e a quello di Giovanna d'Arco, anche se in
questo caso non poté vedere bene in volto la pulzella che bruciava.
E sempre in quelle visioni osservava simboli religiosi, molte croci
sicuramente, ma ebbe anche visioni della Kaaba alla Mecca in mezzo a
migliaia di moltitudini oranti e una dea sanguinaria indiana con
molte braccia ed una collana di teschi... Poi le allucinazioni
cessarono e Krane fu preso dal fortissimo desiderio di sdraiarsi in
quel sarcofago e continuare a godere delle visioni magiche che gli
erano apparse. Stava per infilarcisi, ma la sua cultura e forza
d'animo fecero affiorare alla mente un ricordo, questa volta non
indottogli in maniera arcana, ma una vera rimembranza. Parlando con
degli ufficiali francesi a Tunisi aveva saputo che Napoleone
Bonaparte si era fatto chiudere nella piramide di Cheope per una
notte e molto probabilmente aveva dormito nel sarcofago che là vi si
trovava. Si dice che la mattina dopo uscì dalla piramide sconvolto.
Questo episodio gli ricordò che il marabutto, nella stanza dove lui
era ora, era impazzito. Krane era un uomo forte, l'unico che era
sopravvissuto all'assedio di Bab el Kebir, e forse sarebbe uscito
indenne dalla prova, se si attardava ancora lì, ma ci pensò un
attimo, poi la sua mente si distolse dalle visioni di morte che aveva
intravisto, pensò a Jasmine che lo aspettava e alla vita che poteva
essere bella in parte, anche se breve e fugace. Si risolse di uscire
rimandando ad un'altra volta l'esperienza, ma, come un naufrago getta
una bottiglia col messaggio nell'acqua, lanciò un pensiero nel
futuro, sperando che qualcuno affine a lui mentalmente, lo
raccogliesse e condividesse le sue esperienze, nel caso che lui non
avesse per qualche ragione potuto divulgarle.
Ed
il messaggio fu raccolto! Nel 2013 un uomo ormai non più giovane,
mentre di notte ricordava eventi della sua vita passata, di ciò che
sarebbe potuto essere e non era stato, raccolse il messaggio della
visione di John Krane, accese la luce e cominciò a scrivere...---------
Nella foto in alto: il sarcofago che si trova della piramide di Cheope, che viene anche menzionato nel mio racconto e una foto della premiazione.Chi mi conosce può riconoscermi!
FABRIZIO FROSALI
Ecco qua il testo del mio racconto vincitore del premio a "Ioracconto 2013". Poichè era la prima volta che partecipavo ad un premio Letterario posso ritenermi soddisfatto!

-------Come
le volte precedenti, Krane si avvicinò guardingo alla piramide; era
già scampato ad una morte terribile nei sotterranei della
costruzione e non voleva correr rischi, ma in lui la curiosità di
scoprire cosa aveva fatto impazzire il marabutto era grande,
superiore di molto ad ogni invito alla prudenza suggeritogli dalle
esperienze passate. La costruzione era esattamente come la ricordava
dalle precedenti visite, piccola tozza, senza la cima che forse non
c'era mai stata, semisepolta dalla vegetazione nella piccola oasi di
Al Khafras, nel mezzo del terribile deserto tunisino del Chott el
Jerid. Si diresse dunque ancora una volta a quella che considerava la
parte posteriore della piramide. Non che la costruzione n’avesse
una, ma lui si era abituato a considerare come anteriore quella
rivolta verso il piccolo laghetto dell'oasi, dove alla base c’erano
quelle strane nicchie alte due o tre metri e larghe un paio. Lì
aveva trovato incisi nella pietra strani disegni, opera senza dubbio
dei garamanti, un misterioso popolo che abitava il Sahara tra il 500
a.c. e il 500 d.c. e proprio studiando una di quelle incisioni, era
caduto in una trappola da cui era riuscito a malapena a sfuggire.
Controllò quindi ancora una volta il funzionamento della Colt che
gli pendeva al fianco, si accertò che il tamburo girasse bene, poi
si avvicinò alla parete inclinata della piramide. Questa, al
contrario delle altre, non aveva incisioni né nicchie, era
perfettamente liscia, ma l'inglese sapeva che se c'era un altro
passaggio segreto, doveva trovarsi lì, perché aveva già esplorato
minuziosamente le altre pareti. Le stanze trovate in precedenza erano
situate alla base della piramide ed era logico aspettarsene una anche
lì, ma se non fosse stato così su questo lato? Per la prima volta
si mise ad osservare con attenzione la parte alta della piramide a
partire dai due metri d’altezza fino alla sommità spuntata. Come
già detto la costruzione era piccola e gli ci volle poco a notare
qualcosa che forse era fuori posto: un'escrescenza, un bozzo, come
una pietra mal formata corrosa dalle intemperie che delineava una
sporgenza, ad un'altezza di sei o sette metri. Questo però era in
contrasto con la cura con cui i garamanti costruivano i loro
manufatti. Non c'era modo di arrivare a quel punto se non con una
scala. Krane allora si girò verso il boschetto che circondava la
piramide e individuata una piccola palma, con diversi colpi di
yatagan la tagliò alla base e usando la sua forza non indifferente,
la portò alla parete della piramide e ce la appoggiò. Per non
essere impedito nella salita si liberò quindi del barracano arabo
che indossava e rimase con gli abiti che vestiva abitualmente,
pantaloni alla cavallerizza, con banda laterale ed una camicia bianca
di flanella che portava ricamata sul petto l'effige di un leopardo e
che ricordava il nome con cui era conosciuto in quella parte del
mondo, le Léopard. Si arrampicò con attenzione per non sbilanciare
la palma e, appoggiandosi anche alle pareti della costruzione, arrivò
in breve al punto che aveva notato. Sulle prime fu deluso, in quanto
la sporgenza faceva parte integrante della grossa pietra che era
parte del muro, non era quindi una possibile leva che azionata
potesse provocare l'apertura di qualche vano. Guardando meglio però,
sopra la sporgenza, notò un’incisione semicancellata dalla sabbia
e dalle intemperie, lasciata senza dubbio dai garamanti. L’effige
raffigurava un piccolo occhio, simile a quello più grande che aveva
trovato dalla parte opposta della piramide, quando era caduto nella
trappola. Questo però aveva una pupilla in senso verticale, molto
scavata nella pietra. Krane fu colto da un'ispirazione. Soffiò con
forza sul punto per togliere molta della sabbia che vi si era
accumulata, poi trasse dalla cintola un lungo pugnale e provò ad
infilarlo nella pupilla. Dapprima l'arma penetrò solo per pochi
centimetri, l'uomo, però, incoraggiato dal parziale successo,
continuò a premere con forza sull’impugnatura del coltello e poco
dopo udì uno scatto e vide spostarsi, come per magia una grossa
pietra adiacente a quella su cui faceva pressione. Lasciando il
coltello senza più premerlo, si avvide però che la pietra tornava
nella posizione originaria e così la lama riusciva pian piano dalla
fenditura. Capì che il meccanismo dall'altra parte si fondava su un
principio di leve semplice ma efficace che sfruttava con dei
contrappesi la forza di gravità e costringeva i due oggetti a
tornare nella posizione originaria. Esercitò dunque ancora più
pressione e riuscì ad incastrare il pugnale nella fenditura della
pupilla nel punto dove la lama s’ispessiva vicino al manico. Di lì
a poco, senza pensarci due volte, s’infilò nella stretta
fenditura. Il varco era piccolo e gli consentiva a malapena di
procedere nello stretto tunnel, strisciando, ma dopo poco si aprì in
una piccola stanza. Krane poté alzarsi e dare un'occhiata
all'ambiente. La luce del sole che penetrava da quel condotto
rettilineo, era poca ma sufficiente a vederci anche se la luce
soffusa dava un senso d’irrealtà. L'uomo si avvide subito che la
stanza era completamente vuota, fatta eccezione per un manufatto
all'angolo; si avvicinò all'oggetto che aveva intravisto e capì
subito cos'era, una cassa o meglio un sarcofago scoperchiato che
probabilmente giaceva lì sin da quando era stata costruita la
piramide, poiché di dimensioni enormemente maggiori a quelle del
tunnel che aveva percorso. L'egittologia aveva compiuto solo i primi
passi in quell'anno 1860, ma Krane conosceva gli studi compiuti dalla
spedizione Napoleonica nel 1798 e quelli successivi degli italiani
Belzoni e Rosellini, fu quindi con un misto di curiosità e di
religiosa titubanza che si approssimò al manufatto. Gli venne in
mente l'etimologia della parola sarcofago, quello che si nutre di
carne, e non c'erano parole più adatte, anche se macabre, per
definire quella cosa. L'oggetto cui l'inglese si avvicinò, però,
non si poteva dire se avesse ospitato dentro di se un cadavere. Di
basalto scuro, senza coperchio, era in sostanza una cassa, che poteva
contenere un uomo di dimensioni più piccole di Krane che era molto
alto. L'inglese vide immediatamente che l'oggetto era vuoto, dentro
c'era solo un leggero strato di sabbia finissima. Ma da dove veniva
se la stanza era chiusa ermeticamente? Poi scoperse qualcosa: un
ninnolo di nessun valore fatto con piccole conchiglie. Ricordava di
averne visti di simili appesi ad una collana al collo del marabutto
ed ebbe così la conferma che l'uomo era stato lì e forse aveva
anche dormito dentro il sarcofago. Raccolse poi un po' di quella
strana sabbia dorata, per osservarla meglio. Era finissima, talmente
fine che gli scivolò in parte dalle mani e ricadendo nel sarcofago
creò una specie di bagliore dorato. Non sappiamo se fu la sabbia ad
aver agito in qualche modo sul subcosciente dell'inglese, forse fu
quella, forse qualcosa che aveva inspirato, oppure semplicemente una
suggestione provocata dall'arcano ambiente, fatto sta che strane
visioni si formarono nel cervello di Krane. In pochi attimi, ma che a
lui sembrarono lunghi come ore, vide la nascita dell'Universo, con
strani bolidi che emergevano da qualcosa che non seppe individuare e
che non erano tutti sferici, e poi subito dopo, scene di battaglie,
battaglie a non finire. Riconobbe gli eserciti d’Alessandro alla
conquista dell'India, legioni romane attaccate sotto il vallo
d’Adriano, templari sgozzati dopo la battaglia di Hattin, il crollo
della torre Maledetta. Vide questo e molto altro. Come sapeva e
poteva riconoscere le cose che la sua mente vedeva? Lo ignorava, ma
qualcuno o qualcosa gliele suggeriva, come se lui fosse stato
presente ad ogni avvenimento. Ed ancora fu presente al rogo dei
perfetti a Montsegur e a quello di Giovanna d'Arco, anche se in
questo caso non poté vedere bene in volto la pulzella che bruciava.
E sempre in quelle visioni osservava simboli religiosi, molte croci
sicuramente, ma ebbe anche visioni della Kaaba alla Mecca in mezzo a
migliaia di moltitudini oranti e una dea sanguinaria indiana con
molte braccia ed una collana di teschi... Poi le allucinazioni
cessarono e Krane fu preso dal fortissimo desiderio di sdraiarsi in
quel sarcofago e continuare a godere delle visioni magiche che gli
erano apparse. Stava per infilarcisi, ma la sua cultura e forza
d'animo fecero affiorare alla mente un ricordo, questa volta non
indottogli in maniera arcana, ma una vera rimembranza. Parlando con
degli ufficiali francesi a Tunisi aveva saputo che Napoleone
Bonaparte si era fatto chiudere nella piramide di Cheope per una
notte e molto probabilmente aveva dormito nel sarcofago che là vi si
trovava. Si dice che la mattina dopo uscì dalla piramide sconvolto.
Questo episodio gli ricordò che il marabutto, nella stanza dove lui
era ora, era impazzito. Krane era un uomo forte, l'unico che era
sopravvissuto all'assedio di Bab el Kebir, e forse sarebbe uscito
indenne dalla prova, se si attardava ancora lì, ma ci pensò un
attimo, poi la sua mente si distolse dalle visioni di morte che aveva
intravisto, pensò a Jasmine che lo aspettava e alla vita che poteva
essere bella in parte, anche se breve e fugace. Si risolse di uscire
rimandando ad un'altra volta l'esperienza, ma, come un naufrago getta
una bottiglia col messaggio nell'acqua, lanciò un pensiero nel
futuro, sperando che qualcuno affine a lui mentalmente, lo
raccogliesse e condividesse le sue esperienze, nel caso che lui non
avesse per qualche ragione potuto divulgarle.Nella foto in alto: il sarcofago che si trova della piramide di Cheope, che viene anche menzionato nel mio racconto e una foto della premiazione.Chi mi conosce può riconoscermi!
FABRIZIO FROSALI
sabato 16 novembre 2013
PREMIO IORACCONTO - Il sarcofago dei garamanti- Finalista al Premio
Ne allego qui una parte. Dopo la premiazione potrete leggerlo per intero.
Il personaggio dell'ilustrazione, disegnato da Steranko, rappresenta El Borak una delle mie fonti di ispirazione per Krane e molto simile a lui come look fisico ed ambientazione. (El Borak è un personaggio di Robert Howard)
IL SARCOFAGO DEI GARAMANTI
venerdì 11 ottobre 2013
IL CAPITANO MACHPERSON - Nuova scoperta letteraria
“ So che fu inviato il maggiore John
Campbell e dopo di lui il capitano Macpherson a reprimere questo rito
sanguinario nelle contrade ove si sapeva che... ecc ecc”POSCRITTO DEL MARZO 2015: non e' vero niente! Il capitano Machperson non sarà esistito, ma le note storiche di Quattrini sono esatte, perchè un maggiore Macpherson è esistito veramente e si è adoperato in quegli anni, sotto la guida di W. Sleeman, a reprimere i culti sanguinari dei Gond.
Invece di abolire il post lo lascio, e voglio vedere chi arriverà a leggere fino in fondo e commentare: Nessuno finora mi ha fatto notare lo svarione che avevo commesso!!! Eh, già, nessuno si interessa di queste cose!!!
venerdì 23 agosto 2013
EMILIO SALGARI! Nuovo romanzo "Salgariano": KRANE
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/fantascienza/95374/krane/
Sono da sempre appassionato di Emilio Salgari e dei mondi da lui creati. Purtroppo oggi a mio parere non esiste nel campo della letteratura avventurosa un autore che possa minimamente stargli alla pari come ritmo, cadenza delle situazioni, dialoghi e magistrale delineazione dei personaggi. I libri di "avventura"che si possono trovare sul mercato, sono in genere dei grossi "mattoni" creati a tavolino intorno ad un'idea di base, zeppi di inutili descrizioni e dialoghi tanto per allungare il brodo e raggiungere il numero previsto di pagine. Colmi anche troppo di personaggi ambigui e non delineati in cui nessuno si immedesimerebbe mai. Qui sta il punto, il libro(ne) oggi viene venduto per essere letto magari sul mare con intorno una turba di ragazzini schiamazzanti. Poco importa se tu non riesci ad entrare nel romanzo, lo consumi come faresti con una pizza e lo getti, magari lo riponi in libreria se ha una copertina piacevole (è difficile...) e te ne scordi. Cioè non stai a ripensare ai personaggi, a cosa è accaduto nelle descrizioni che hai letto e a cosa sarebbe potuto accadere. Non hai vissuto insomma insieme a loro le avventure che sono loro capitate.
E' per questo che, deluso della narrativa di avventura attualmente in commercio, mi sono deciso a farmelo da me il libro che avrei voluto. Tecnicamente un fantasy, con echi di Robert Howard e Edgar Rice Burroughs, ho creato il mio personaggio che si muove, come un eroe Salgariano e con una delineazione dei tempi emulata magari indegnamente dal maestro, tra deserti, oasi e castelli della Tunisia di metà ottocento, in lotta contro predoni e le forze regolari del Bej.Su mari in tempesta, con accanto una stupenda circassa, dovrà affrontare anche i demoni della mitologia araba.
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1009474
sabato 30 marzo 2013
IL CORSARO AZZURRO - QUALE? SONO TRE, SE NON DI PIU'!
Nel
corso della ricerca su eventuali epigoni o falsi Salgariani, non si
può non imbattersi nel “Corsaro Azzurro”, se non altro per via
del colore che è diverso dal Verde, Rosso e Nero, utilizzati da
Emilio Salgari per i suoi celebri personaggi. L'edizione più
facilmente reperibile del libro “Il corsaro Azzurro”, è quella
scritta da Piero Pollino, per le edizioni Viglongo . Copie di questo
libro si trovano con discreta facilità su Ebay. Lascio ad altri il
racconto delle gesta di questo “Corsaro Azzurro” che non ha nulla
a che vedere con i Ventimiglia, personaggi di Salgari. Il libro fu
scritto da un giovane piemontese e giustamente la Viglongo non lo
inserì nella serie dei Corsari di Salgari, preferendo invece
affiancarlo ad un altro Corsaro, quello delle Antille di cui ho già
scritto in altro spot. Perché ne parlo allora? Perché giustamente
questo non può esser considerato un falso od un epigono,ma non c'è
solo Pier Plinio di Roccazzurra, il personaggio di Pollino a vestire
di azzurro. Ce ne sono almeno altri due, questi sì, invece
imparentati coi corsari salgariani.
Uno
di cui non vedremo probabilmente mai le gesta viene solo accennato
nei falsi di Escurial (Attilio Frescura) ed è nientemeno che il
figlio del Corsaro Verde e della Corsara Bianca. Nei libri lo
vediamo appena partorito ed in fasce, ma ci viene detto che Ermanno
(tale è il suo nome ) sarà l'ultimo dei conti di Ventimiglia ed
emulerà le gesta del padre e degli zii col nome di Corsaro Azzurro.P.S. Non ho volutamente considerato nella trattazione un altro Corsaro Azzurro che compare in un'opera di Yambo come antagonista del protagonista "Il corsaro giallo" visto che questi non sono altro che caricature come dice lo stesso autore, e nemmeno un altro Corsaro, scritto da un'autore moderno, che ha un colore molto simile, "Il corsaro blù".
lunedì 23 aprile 2012
Il corsaro delle ANTILLE-Eroe salgariano dimenticato




Recentemente è uscito il volume “Salgari, Salgariani e falsi Salgari” edito dalla Fondazione Rosellini, a grande formato, con un ampissimo repertorio iconografico. Il libro tratta, come dice il titolo, degli innumerevoli falsi e apocrifi salgariani, apparsi negli anni, e dello stato attuale delle ricerche per quanto riguarda la paternità dei testi usciti sotto il generico nome di Salgari. Viene dato ampio spazio anche a quei romanzi, che sulla scia di Salgari hanno trattato delle stesse tematiche e l'apparenza che se ne ha è di un testo, al momento definitivo. Devo purtroppo far osservare che il saggio fondamentale del libro, scritto da Massimo Carloni, ha in alcuni punti delle carenze inesplicabilili. Di una intendo in questo blog, mettere una pezza, come si suol dire. In effetti, dei vari corsari dei Caraibi sorti sulla falsariga di Salgari ed editi in special modo dalla casa editrice Viglongo e Carroccio, a nome di vari autori, negli anni 50 del secolo scorso, ne viene completamente dimenticato uno, nel saggio in questione. Questi è “Il corsaro delle Antille” di Carlo Fardella.
Mi azzardo a fornire una spiegazione del perché è stato omesso: il libro fa parte di una serie di tre, di cui gli altri due sono “Il Corsaro rosso” di Fenimore Cooper (che non c'entra nulla coi filibustieri della Antille e giustamente non viene trattato nel saggio di Carloni) e “Il corsaro azzurro” di Piero Pollino. La Viglongo li pubblicizzava nelle pagine interne dei suoi libri come appartenenti al ciclo delle “Leggendarie imprese dei grandi corsari”. Ebbene, mentre gli altri due sono stati ristampati (col titolo riportato sulla costa, riempito di color giallo,) “Il corsaro delle Antille” non ha avuto per quanto ne so una ristampa moderna ed è piuttosto raro. Io stesso l'ho ricercato per anni ed ho avuto difficoltà a reperirlo ad un prezzo decente. Attualmente si può trovare su un sito di libri antichi, ma ad un prezzo che si aggira sui 200 euro. Comprendo quindi che il Carloni non abbia potuto consultarlo e farne una recensione. Poco Male. Questa non è una scienza esatta e si può sempre sopperire. Quindi, oltre ad offrire un paio di pagine di illustrazioni di Gastone Regosa, qui vi dirò che il personaggio che da il titolo al volume, sulla falsariga del “Corsaro Nero” di Salgari, è anch'egli un nobile, il marchese Renato di Torrearsa, il “corsaro Gentiluomo”, ultimo discendente di una nobile casata, possessore di un feudo sulla sponda lombarda del lago di Benaco, con un castello dall'altissima torre. E' anche lui è un vendicatore, che deve punire il cattivo di turno, il nobile spagnolo Diego Cabajes y Satomayor, colpevole di aver trucidato il villaggio natale del nostro e avergli rapito la sorella Elisabetta di Torrearsa.
Suona familiare a chi ha letto i libri del ciclo salgariano vero?
Non dirò altro del soggetto, lasciando a chi vorrà cimentarsi nella ricerca del volume, il piacere poi di leggerlo. Avverto però che la trama per quanto compiuta in sé, lascia aperto il finale in quanto la sorella del corsaro non è stata liberata, quindi una nuova impresa si impone. Probabilmente c'era in programma un seguito, mai edito.
Vorrei parlare qui dell'autore, Carlo Fardella che potrebbe essere anche uno pseudonimo. In rete non si trova nulla su costui, senonché......
In attesa di notizie più dettagliate che spero mi vengano fornite, ho scoperto che ….
Un marchese di Torrearsa è esistito e si chiamava...VINCENZO FARDELLA! E' stato un personaggio importante del nostro risorgimento, nato a Trapani nel 1808, che, oltre al titolo nobiliare di marchese, ebbe una quantità di titoli onorifici, tra cui quello di prefetto di Firenze e presidente della Camera dei Comuni di Sicilia. Morì a Palermo nel 1889.
Un altro Fardella che è passato alla storia è Enrico, che fu tra i famosi 600 di Balaclava , poi emigrò in America, partecipò alla guerra di secessione e finì internato nel famigerato campo di prigionia di Andersonville. I dati di questi e altri Fardella si trovano facilmente in rete.
Qui mi preme far notare che il cognome del nostro sconosciuto autore e il titolo nobiliare del personaggio del romanzo fusi insieme, appartengono nella realtà ad una nobile casata siciliana. La differenza fondamentale sta nell'ubicazione dei luoghi di provenienza, poiché il marchesato di Torrearsa, nell'opera di fantasia, si trova sul lago di Garda, anziché in Sicilia.
Si possono delineare a questo punto diverse ipotesi.
La prima , cui francamente non credo, è che l'accostamento Torrearsa Fardella, sia dovuto al caso.
La seconda: che Carlo Fardella, conoscendo la storia degli omonimi marchesi di Torrearsa di Sicilia, di cui lui per caso portava lo stesso cognome, abbia voluto omaggiarli costruendo un personaggio con il loro stesso titolo nobiliare.
La terza, che reputo la più probabile, è che Carlo Fardella sia un discendente dei marchesi di Torrearsa, si sia identificato nel personaggio corsaro di cui scriveva le gesta ed abbia utilizzato il titolo nobiliare di famiglia, invece di un qualunque nome inventato.
Quando ne saprò di più farò seguito a queste brevi note.
Le illustrazioni oltre che dal libro del “corsaro” raffigurano i due famosi marchesi Vincenzo ed Enrico.
P.S. Oggi, 10 Maggio 2012 modifico questo post aggiungendo i seguenti dati, fornitimi da un mio corrispondente:
" Carlo Fardella
(1912-1980), compagno di scuola, alle magistrali torinesi, di Piero Pollino:
un romanzo pubblicato da Viglongo, "Il Corsaro delle Antille", uno
presso le Paoline, "Vacanze Marinaresche", due presso la torinese
Monviso: "La crociera della Vega" e "Nei Mari del Sud".
"Altri suoi romanzi di avventure - mi scrisse Pollino - come "La
Regina della Jungla", "Il Fascino del Nord" e "Il Fiore di Pecos
River" finirono nel cassetto insieme ai suoi sogni". Fonte: Felice Pozzo.
Buona lettura per chi trova il romanzo! Fabrizio Frosali


